Come il Covid ha influenzato il nostro modo di pensare e, quindi, di scrivere

La nostra vita non sarà più come prima, è chiaro. Che ruolo ha la scrittura in questo scenario e come è cambiato il nostro modo di esprimerci?

Qualche giorno fa stavo immaginando una scena per un possibile racconto: due conoscenti che non si vedono da tempo davanti a un supermercato. Non parlano, non fanno nulla di particolarmente avvincente. Uno sorride, l’altro comincia a ricordare. Inconsciamente, però, ho interrotto l’immaginazione perché non riuscivo a

togliermi dalla mente l’idea che l’uomo che sorrideva indossasse la mascherina. Come si può vedere il sorriso di una persona se nascosto dietro la mascherina? E l’altro personaggio? Ovviamente era in fila fuori dal supermercato, a distanza dal cliente che lo precedeva.

Non sono una di quelle persone che divora voracemente dieci telegiornali al giorno e attende con ansia i dati dei contagi alla sera. Eppure, la mia immaginazione ne risente. Quando vado al ristorante devo indossare la mascherina, al supermercato tutti indossano la mascherina, ovunque adesso bisogna portarla ed è un’immagine che a fatica se ne andrà dalla mia mente. Ormai sono sette mesi che le persone devono proteggere se stesse e gli altri attraverso mascherine e igienizzanti e penso che il mio cervello abbia assorbito e accettato questa informazione.

La scrittura ai tempi del Covid-19: sfogo e terapia

All’improvviso, il sito che consulto di solito per scegliere a quale concorso letterario partecipare ogni mese si è riempito di bandi dedicati al tema del Covid-19. Sembrava che le persone non potessero fare a meno di scrivere la propria esperienza. Nonostante siamo sommersi da notizie, anche contrastanti e confusionarie, su questa pandemia, non possiamo fare a meno di parlarne.

E’ una ferita ancora aperta. In qualche modo, tutti siamo stati penalizzati dal Covid-19: la quarantena ha rovinato dei rapporti, ci ha vietato di vedere i nostri cari, abbiamo paura della malattia in sé, ancora poco chiara e dagli effetti a lungo termine incerti, temiamo per la salute dei più anziani, per il nostro lavoro, le finanze e non siamo in grado di creare dei piani neanche per la settimana successiva, non sapendo se il prossimo DPCM ci chiuderà in casa. Eppure, nonostante ne abbiamo le tasche piene di questo virus e ci fa male pensare a quanto abbia rovinato quest’ultimo periodo delle nostre vite, sentiamo il bisogno di parlarne.

Oltre ai concorsi letterari sul tema della pandemia, sono stati pubblicati parecchie antologie di storie sulla quarantena di ordinari italiani. La chiusura nelle mura di casa, i conflitti interni alle famiglie e la tristezza nell’affacciarsi ai balconi e sentirsi impotenti, sono temi cari a questi racconti. La scrittura ha dato una via di fuga alla mente e si è rivelata una valida alleata per fare un po’ di terapia casalinga.

Qualcuno ha sentito il bisogno di scrivere un diario, di sfogare sulla carta le proprie emozioni e fissarle per quando tutto sarà finito. Vi immaginate quel giorno? Quando riprenderemo in mano i nostri scritti e ci sembrerà ancora di sentire

l’auto della Protezione Civile che ci invita a restare a casa?

Non solo: qualcuno, addirittura, ha lasciato perdere per un po’ lo smartphone e i social per riscoprire la scrittura manuale, più lenta, riflessiva e corporea.

L’immaginario collettivo

La pandemia ha colpito tutti e le persone condividono ancora oggi delle immagini di questo periodo infernale. E’ per questo che gli esperimenti di scrittura, a parte, ovviamente, i diari casalinghi, sono stati definiti “collettivi”. I bandi, le antologie, i forum hanno raccolto tutte testimonianze più o meno simili perché tutti noi italiani abbiamo condiviso dei momenti di paura e tristezza.

Abbiamo tutti ben presente i camion dell’Esercito Italiano che portano le salme ai crematori all’alba, le sirene delle ambulanze, le immagini delle terapie intensive piene e le persone che si salutano da un balcone all’altro.

Le antologie allora forniscono una visione caleidoscopica della pandemia: tutti hanno vissuto più o meno gli stessi eventi ma con una sensibilità diversa. E la scrittura ne risente: potremmo leggere storie con contenuti tutti uguali, dalla mamma che prepara la pizza fatta in casa, ai litigi davanti ai supermercati per via del numero di persone che possono entrare, dal Papa sotto la pioggia di San Pietro alle videochiamate con gli amici, ma saranno racconti tutti diversi per quanto riguarda la forma e la sensibilità con cui l’autore ha vissuto questi eventi.

L’immaginazione tra le mura di casa

Gli scrittori della pandemia hanno raccontato un’esperienza della privazione di esperienza. Per trovare l’ispirazione, infatti, si dovrebbe vivere, stare a contatto con le persone e le loro storie. Invece, durante il lockdown, l’unica finestra sulla realtà erano i telegiornali, gli stessi che hanno riempito la nostra mente di immagini socialmente condivise.

Forse è anche per questo che la gente ha ricominciato a leggere con passione: nonostante il crollo delle vendite dei libri “fisici” (la chiusura delle librerie non ha certo aiutato), gli ebook sono stati venduti senza sosta (+114% del tempo di lettura degli italiani stimato da Kobo). La letteratura presenta mondi diversi e lontani: viaggiare con la mente è di certo una via di fuga da una realtà pesante e preoccupante.

Eppure, nonostante i nostri tentativi di evadere dall’universo infestato dalla pandemia e di non parlare di Covid a tavola, proprio non ne possiamo fare a meno: ormai, un po’ perché siamo traumatizzati, un po’ perché siamo bombardati di informazioni, desideriamo renderci protagonisti di un racconto personale che però è solo un minimo granello di polvere in confronto alle vicende globali. Sentiamo il bisogno di raccontare la nostra storia per darci delle risposte, perché dopo mesi ancora siamo increduli, sembra tutto un brutto sogno. Vogliamo sentirci parte di una comunità che vive esattamente come noi e consolarci sapendo che non siamo soli.

Gli scrittori della pandemia sentono la necessità di raccontare l’inquietudine per combatterla: l’individuo diviene un eroe imperfetto, vittima e carnefice di una situazione inspiegabile, in cui il nemico è un virus invisibile o anche un altro essere umano irresponsabile che mette a rischio la salute degli altri. Qualcuno ha detto che con questa pandemia gli esseri umani si sono rivelati meno solidali, maleducati e ignoranti, minando una società già divisa e in lotta continua per la prevaricazione dell’altro. Ne siamo sicuri? Io vedo una realtà narrabile, in cui gli esseri umani condividono paure ed esperienze e lottano contro un nemico comune che si è impossessato delle loro vite e ha cambiato totalmente il modo di pensare. E di conseguenza, anche quello di raccontare il proprio vissuto.

Abbiamo provato a spegnere la TV, ma il Covid-19 è sempre lì, pronto a invadere anche i nostri scritti.

Raccontami come hai reagito al Covid-19 con l’aiuto della scrittura: hai prodotto testi durante la pandemia? La tua immaginazione è stata influenzata da questa incredibile vicenda?